Cosa bolle in pentola? - mostra corsi 2014

Nel maggio 2013, presso il nostro spazio espositivo di Piazza Pontida, abbiamo ospitato una mostra di Riccardo Biavati dal titolo “La cena delle cento ciotole”. Il celebre ceramista ferrarese ha da tempo avviato una riflessione sul ruolo che la ceramica ha avuto  nell'evoluzione umana: cuocere i cibi e conservarli ha consentito all'uomo una vita più sana, più lunga, un accumulo superiore di esperienze e conoscenze e, quindi, il trasferimento di informazioni importanti da una generazione all'altra. La ceramica sembra avere perciò una responsabilità cruciale: senza di essa l'uomo non avrebbe progredito fino a questo punto o, almeno, avrebbe dovuto metterci più tempo.

L'esposizione che Riccardo Biavati aveva preparato includeva oggetti per la tavola e soprattutto pentole;  su tutte le creazioni ceramiche la sua verve ironica e poetica ha innestato continui rimandi alle relazioni  che esistono tra l'uomo, il cibo e la cultura.


Si sceglie e si ospita una mostra, oltre che per un naturale senso di ammirazione, anche per stimolare forme di attenzione e di sensibilità. Mi è parso inevitabile e necessario connettere le riflessioni di Biavati con l'attività di didattica e di ricerca che svolgiamo  all'interno dei corsi di ceramica.

Il tema della pentola, delle sue interazioni con la globalità dell'esperienza umana, si è rivelato anche un “luogo” opportuno dove far convergere l'apporto inestimabile che un altro ceramista da più di dieci anni ci offre: Giovanni Cimatti giunge normalmente con l'inizio dell'attività didattica e, dalla sua Faenza,  ogni anno ci porge irrinunciabili contributi tecnici e creativi.

Pertanto, ho pensato che la presenza a Bergamo di due tra i maggiori rappresentanti della ceramica italiana e la loro amicizia con il nostro laboratorio andassero in qualche modo onorati con un'attività di insegnamento, di apprendimento e di ricerca adeguata, e che tutto ciò dovesse trovare un ultimo momento di confronto e pubblicazione all'interno della città.

Cosa bolle in pentola?!” è stato, quindi, per il 2014 il tema guida  di un gioco che ha indirizzato  e finalizzato il lavoro  che quotidianamente svolgiamo con la ceramica.

La mostra che ne deriva espone più di quaranta pentole. Ogni pentola è espressione della sensibilità, delle esperienze, della vita degli artisti che le hanno create. Ogni artista, frequentando in modi diversi il nostro laboratorio, nel realizzare questo oggetto ha trovato l'occasione per mettere a frutto le conoscenze tecniche e creative che aveva fin'ora acquisito. La pentola - e il suo ipotetico, fantasmatico contenuto - è perciò una riflessione sulle stretta familiarità tra l'uomo  e la ceramica, ed è l'esplicazione di un'attività di conoscenza e – si ammetta l'eccesso - di “amore”.


A coloro che visiteranno la mostra chiedo la gentilezza di soffermarsi su ogni opera, di valutare - oltre che le forme e gli esiti artistici - soprattutto le tecniche di foggiatura, le argille utilizzate, i materiali di rivestimento, i processi di cottura; cioè di considerare, prima di tutto, il “sapere” che ha consentito la creazione. 

Domando anche l'ulteriore cortesia di accogliere le riflessioni che gli artisti hanno voluto suggerire. Ho assistito alla “nascita” di ogni pentola e - in tutta onestà - sono il primo sorpreso, stupito testimone dell'inesauribile vitalità che la ceramica è in grado di alimentare: promana dalle forme degli oggetti e dal loro invisibile bollore, l'ardore e la timidezza, la fragilità e la forza che l'argilla cucina  con noi e dentro di noi. C'è sempre all'origine - c'è stato anche qui per ogni creazione - un incedere difficoltoso, impacciato, magari impaurito. Tuttavia, man mano, ognuno degli artisti ha sperimentato il piacere leggero che l'attività creativa porta con sé. La ceramica, poi, è brava ad allungare la mano, a fare amicizia, ad offrire solidi e stabili appigli: la sua costitutiva concretezza e la sua atavica umiltà  ha alimentato sicurezze e spinto ognuno ad osare...mentre si lavorava pareva di sentirla sussurrare: <

Mi permetto un'ultima raccomandazione, chiedo ai visitatori di soffermarsi,  guardare, leggere, e poi provare ad andare oltre: sollevare il coperchio di ogni pentola, sorbire ed annusare. Sono convito che tra gli aromi che sublimano dal fondo ne giunge uno che è fratello di un senso di pace e di acquietamento: nell'inevitabile imperfezione della vita, la possibilità di lavorare con le mani - di dare forma - alimenta in noi un modo meno imperfetto di stare tra le cose del mondo; da essa germina anche il movimento di quel processo di progressiva umanizzazione che chiamiamo “cultura”.


Luca Catò